Citarsi addosso: Hypocrisy Now

“Addestriamo dei ragazzi a sganciare Napalm sulla gente, ma i loro comandanti non vogliono che scrivano “cazzo” sugli aerei perché è una parola oscena”

(Da Apocalypse Now)

Luttazzi, lo so che tu hai parlato di merda e non di cazzo. Non farne anche tu una questione di forma!

Fascismi

Mi fa schifo apprendere che Daniele Luttazzi sia stato nuovamente cacciato via dalla televisione.
Schifo.
Vuol dire che certi argomenti non devono esser trattati.
Certe persone non devono essere messe in discussione.
Vuol dire che in italia vige ancora il fascismo.
Perché censurare le idee è fascismo.
Perché farsi scudo con la “morale” e della “decenza” è fascismo.

“Ma lui è volgare!”
Parlare di merda in televisione è volgare?
Beh… certo, la merda puzzolente che produce mia figlia fa schifo.
E il pensare a quel ciccione di Ferrara con la bocca piena delle feci di Previti, unto (oltre che dal suo stesso sudore) da un coro di urina di Berlusconi e di Dell’Utri fa un po’ schifo.

Ma fa altrettanto schifo il sostegno schifoso di Ferrara alla guerra di Bush e del suo amico Berlusconi. Perché era di guerra che si parlava.

Che ipocrisia!
Si scandalizzano per la volgarità della merda e non per il fosforo bianco che è stato usato a Falluja.

Che ipocrisia!
Si può inneggiare alla guerra, si possono corrompere i giudici ed essere mafiosi … ma non puoi parlare di merda: altrimenti vieni cacciato!

A proposito: la stessa battuta si trova scritta sul suo libro, in bella mostra sulle librerie. A quando il ritiro dal commercio del libro?

“Ma non fa ridere!”
Forse ora. Aspetta vent’anni!
Vuoi ridere ora? Ci penso io:

Alla facoltà di matematica viene organizzata una festa esclusiva per soli asterischi. Dopo vari asterischi, tutti molto eleganti, si presenta al buttafuori un punto, che chiede di entrare.
– Smamma, bello! Questa è una festa per soli asterischi, i punti non possono entrare!
– Tranquillo fratello! Non vedi che ho il gel?!?

Father blues

Una delle ultime immagini che ho di mio nonno paterno è quella di quando si faceva imboccare da mio padre. La forma della bocca che cercava di allungarsi e quella luce animalesca negli occhi. I gesti scarni di mio padre. Sguardi e gesti che mi ricordavano la semplicità del mondo contadino ai quali loro hanno appartenuto. Sostanza e nessuno spazio ai fronzoli.
E quel fare maschile di ignorare le emozioni. Di capirsi senza parlare.

Ho rivissuto queste immagini pochi giorni fa.

Mio padre che non cede alla moda dell’ozio ma al richiamo della terra è caduto dalla scala mentre stava raccogliendo le olive.
Giustamente il ramo ha ceduto proprio il giorno che io mi stavo impegnando ad oziare e a gustarmi il DVD di David Gilmour che mia moglie m’ha regalato: quasi a ricordarmi che alla mia età non posso più permettermi queste libertà ma devo prendermi le mie responsabilità.
(E non è detto che l’accento sulla a sia un caso).

Le responsabilità per ora non sono state nient’altro che fare l’autista, parlare coi dottori del pronto soccorso e organizzare il rientro a casa di quel colosso fratturato con gli onori della sirena dell’ambulanza.
Tralascio la fatica di seguire l’ambulanza in mezzo al traffico di Roma dopo che una sbarra ti impedisce lo scatto felino necessario a metterti con la tua utilitaria bradiposa dietro l’ambulanza rombante che partiva dalla sua corsia preferenziale all’uscita dell’ospedale e l’imbarazzo di dover pure fare il giro del palazzo perchè loro possono permettersi il lusso di potersi fermare in mezzo alla strada, io no. Vigile dixit.

Sono bravi quelli dell’ambulanza, ridono e scherzano con mio padre e fanno sentir sicura mia madre. Talmente bravi che mia madre si è sentita in obbligo di sbrigare le faccende danarose mentre io ero ancora intento a sistemare il culone dolorante di mio padre sopra il letto. Settantacinque euro senza ricevuta. Non me la son sentita di fare la ramanzina a mia madre ma dentro di me ho proiettato il film “evasori fiscali che bruciano mentre vengono impalati da grossi tronchi di frassino”. Lo conosco a memoria per quante volte l’ho visto.

Ma è stato un piccolo, banale episodio che mi ha fatto l’effetto madeleine di Proust: far mangiare mio padre. Avvicinare la forchetta a quella bocca che si allungava a catturare il cibo, quello sguardo contadino.

Mi sono sentito parte di una catena familiare, che si tramanda il cucchiaio per imboccare il padre come in una staffetta da padre a figlio.

Ma io interpreto a modo mio il fare maschile: magari continuo ad usare poche parole, ma cerco di non ignorare le emozioni.

Così, approfittando della sua momentanea immobilità, ho accarezzato la testa di mio padre.
(E non è detto che l’accento sulla a sia un caso).

Pensieri di una giornata di fine estate

Sono tornato a scrivere. Saranno in pochi ad accorgersene.
L’ultimo post risale a fine maggio, l’estate era solo una lista di auspici e aspettative, non era ancora arrivata la mail della commercialista che mi diceva quanto dovevo pagare di tasse e soprattutto non avevo ancora iniziato a lavorare.

Non aspettatevi che in questi cinque minuti rubati al lavoro io vi canti i blues di questi tre mesi.

Tre mesi passati…
… a lavorare,
… ad abbandonare la mia squadra di hattrick, fresca di promozione, che devo lavorare e non c’è tempo per i giochi di società,
… ad ascoltare musica,
… al mare,
… ad indossare finte crock,
… a rimettere mia figlia a letto dopo che è caduta,
… in macchina,
… a guidare con la patente scaduta,
… nei centri commerciali,
… a cercare di capire perché i soldi non bastano mai,
… ad uccidere formiche,
… a dormire dentro una casetta di legno (ripulita dalle formiche) dietro un piccolo palco dove alcuni sfigati cantavano e suonavano peggio di come potete immaginare,
… a cercare uffici pubblici in mezzo ad una Roma deserta per rifare la patente scaduta,
… a cercare un bar aperto per fare colazione la mattina che sono andato al comune a presentare la domanda di rinnovo della carta d’identità scaduta anch’essa,
… a cercare di non deprimermi perché i soldi non bastano mai,
… a leggere un libro che avrebbe dovuto leggere mia moglie,
… a cercare di non deprimermi mentre leggo il libro,
… ad montare la prima vera bicicletta di mia figlia e scoprire che ha lo sterzo duro da girare,
… a gioire per la prima volta che mia figlia galleggia da sola al mare della Calabria,
… a scoprire che Scalea è in provincia di Napoli,
… a sudare mentre cerco di capire perché dai rubinetti non esce l’acqua,
… a convincere mia figlia che deve farla nel water,
… a pagare bollette scadute perché ho il telefono staccato,
… a buttare la spazzatura,
… a tagliare il cocomero,
… a cercare di fare addormentare mia figlia,
… a fare passeggiate dopo cena con mia moglie che mi accompagna solo per farmi contento perché lei è stanca,

Non vi racconterò nulla di tutto questo; avevo solo voglia di sporcare questo foglio bianco. Per non sentirmi scaduto come i miei documenti.

So what?

La via verso la redenzione è lunga.
Ma se strizzo l’orecchio riesco a sentire il garrito della bandiera del traguardo.
Ma quale traguardo?
Lo sanno pure le zanzare che iniziano a banchettare con le mie caviglie che ogni traguardo è solo il trampolino per una nuova partenza. Per un altro obiettivo da raggiungere.

Che la via della redenzione sia l’applicazione pedissequa del finalismo?

Il tempo è poco e non va sprecato nel far vibrare l’orecchio con volgari melodie senza valore.
Solo chi come mia moglie ho già letto tutti i classici e visto tutto quello che di interessante è stato messo su celluloide può permettersi di sprecare il proprio tempo e dilettarsi alla visione di Cento vetrine.

Ma io sono ancora in debito formativo: e la bandiera del Jazz è il mio prossimo traguardo!

Ma a me non basta il semplice ascolto. Devo capire. Capire e contestualizzare.
Ma ho bisogno di essere guidato. Capito Nematode?

Per ora mi avvicino al primo traguardo tornando indietro. Vado avanti col passo del gambero: son partito dalla fusion per avere qualche piccolo appiglio rassicurante nel rock. Ho rispolverato i Weather Report.
Poi Wayne Shorter mi ha portato dritto dritto a Miles Davis. Già lo conoscevo con Tutu ma… Kind of Blue è stata la rivelazione!
Ripercorrere la sua discografia vuol dire far luce su gran parte delle tappe del Jazz.
Il jazz modale. Ho capito che il jazz modale mi piace. E’ la dimostrazione che il jazz non è freddo come i superficiali si affrettano a dire.

Si perchè la faccia snob di questa musica porta a dire che “il Jazz è come un peto. Piace solo a chi lo fa”

Ma il jazz sa essere caldo. Passionale ed intimo.
Così caldo che si rischia di rimaner bruciati ascoltando A Love Supreme di John Coltrane. La redenzione!

Ma cosa c’era prima del Jazz Modale? Il gambero torna indietro e scopre il BeBop.
E qui ci si deve mettere il vestito dello snob, perchè nel bop non c’è posto per la banalità, la ballabilità e per i motivetti scontati.
E giù fiumi di accordi e cascate di improvvisazione.

Ci si diverte con Dizzy Gillespie, con i cinguettii di Charlie Parker e quel matto e maleducato di Thelonious Monk.

Ma non è con le liste dei musicisti che si va avanti.
L’apprezzamento di questa musica passa anche per il compiacimento nel riconoscere almeno un pugno di quelle innumerevoli citazioni sonore inserite nei brani.

Di accordi da metabolizzare ce ne sono a tonnellate. E la mia caratteristica digestione lenta ritarderà l’inevitabile ruttino.

Ma ora qualche anima pià che mi riporti nel presente e mi dica quello che vale la pena ascoltare degli ultimi anni.
Nematode… dico a te!
😉

Redemption Blues

Il momento è delicato.
Non c’è spazio per le esigenze personali.
La stanchezza non è presa in considerazione.
Tolleranza Zero.

Ma io sono inciampato in un errore.
Ho sbagliato. Mi dispiace.
Ti prego, non allontanarmi!

Il momento è teso.
Ma so cosa devo fare:
arrampicarmi su quel muro scivoloso che è la ricerca della redenzione.

Non m’ama Blues

Nonostante la primavera io ho bisogno di tirar fuori il mio blues.

Sì, perché stamattina mi son svegliato ma avrei voluto continuare a russare.
Sì, io russo in 4/4. Ritmo costante. Solo il mio assolo di naso.

Urli e lamenti mi hanno strappato dal sonno.
Solo per amore allento la stretta dal mio cuscino.

Per fortuna che c’è mia moglie accanto a me.
Non ho ancora deciso se è più bella distesa o srotolata in tutta la sua altezza.
Ma stamattina non sono in vena di decisioni.
Ma è lei che forse è in cerca di emozioni.

E mi dice che non m’ama.

Non m’ama più!
Oh no!
Non m’ama blues!